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Il Treno Rosso

Anima numero 8

6 Maggio 2020 , Scritto da Elena

“Scusi è libero”?

Inizia cosi distrattamente come la più banale delle conversazioni quella che tutto si prospettava tranne che inizio di una conversazione. Un treno preso in anticipo rispetto a quello previsto, un treno insolitamente pieno, una carrozza mai scelta, intorno troppe facce conosciute, anche se null’altro sono se non visi ancora senza nome per lei, e lì l’unico posto occupato da un giaccone grigio, con un profilo rosso nella giacca interna: “si prego, si accomodi”.

 

Lo schermo del computer acceso ancor prima che il convoglio si muovesse, le  scarpe troppo ingombranti per tener le gambe sotto al tavolo rischiando di urtare uno sconosciuto gentile e indaffarato; per fortuna i capelli lisci le permettono d’assumere un fare meno irruente.

 

Napoli/ Roma: la mantella di visone, i leggins e lupetto nero. É perfetta.

Napoli/Roma : Jeans a zampa strappati giù, giacca e lupetto nero. É perfetto.

La fede al dito. Perfetto.

 

Se ne sta seduto con la testa china, i capelli lunghi, la rasatura morbida, le unghia mordicchiate di chi ha troppo da fare e molto su cui rimuginare.

 

Uno sguardo involontario, o magari no, una giustificazione data certa del fatto che la vedesse con una divisa blu e piena di ferraglie, e per uno strano motivo il computer si chiude, viene riposto nello zaino e un uomo e una donna iniziano a parlare.  Due vite si raccontano, veloci, voraci, affamate d’ascolto, una lacrima le sfugge, ma inesorabili continuano a muoversi fra Napoli, Roma, la Bellezza, la sensibilità, questo si quest’altro no, credimi davvero, ti ricrederai, non voglio farti cambiare idea, non ci riuscirai (ancora oggi non ci è riuscito).

 

La fede, la fede, ha la fede, deve smetterla e lo sa.

 

Si raccontano, si confrontano, quanto vissuto, i luoghi, l’adolescenza, ma dai anche tu, Napoli è un microcosmo che tutti hanno attraversato e vissuto, tutti con lo stesso animo e la stessa allegra spensieratezza.

 

“Si informano i gentili viaggiatori che siamo in arrivo nella stazione di Roma Termini….”. Si alza, lentamente, impacciato, disorientato, vorrebbe fare qualcosa, ma cosa?

Resta seduta, fremente, vorrebbe fare qualcosa, ma cosa? Potrebbe scendere anche lei, infondo non lo saprebbe mai che la fermata prevista è la successiva. No, meglio di no.

Ciao, ciao, una volta, uno sguardo, quello sguardo. E di nuovo ciao, allora ciao e le mani che si stringono. Addio.

 

Quelle facce sconosciute senza nome le rivolgono uno sguardo interrogativo e ammiccante, al quale non sa  rispondere se non “magari”. E’ il grido di un carpe diem al quale risponderà dopo qualche ora, quando avrà rintracciato quel ragazzo a cui era sfuggito il cognome in un tavolo a Cagliari.

E’ sera, è rientrata dopo una seduta, un pranzo con un’ amica, l’aria della sua amata Roma, è giunta l’ora, osa, digita poetiche parole. L’attesa, il timore, la sorpresa.

 

Sono trascorsi nemmeno sa quanti mesi, due di sicuro in cui non si sono visti.

Visti….in totale ad oggi sono quattro volte, due ore forse e due mezze notti, due camere separate (lui dice per educazione, lei sostiene per pudore), due aperitivi e due cene. In mezzo abbiamo: telefonate notturne, messaggi diurni, non mi scriverà più, ma figurati se ci rivediamo, e tutti i giorni buongiorno, buon weekend.

Perché se c’è qualcosa che lo contraddistingue è una forma di educazione che a fatica ancora oggi non classifica come posticcia.

Ha sentito più volte pronunciare la parola ‘scusa’ in questo periodo che in tutti i suoi (loro) 38 anni.

 

Sarà una moglie, un figlio, un lavoro, una responsabilità, saranno i ‘miei’ ragazzi, i collaboratori, i clienti, sarà l'educazione cattolica ed una personale declinazione del senso del dovere, saranno tutti tutti ma proprio tutti quelli a cui sente di dar conto. Anche una ventottenne che non si ben compreso, (forse nemmeno lui) in che periodo temporale e morale collocare.

E poi ci sono i barbecue, la villetta con il giardino, l’essere filoamericana, anche questo non ho ben compreso - nemmeno questo direte, be vi ricordo il totale delle ore e dei giorni in questo turbinio violento e pieno di meraviglia, per usare uno dei sostantivi a lui più cari.

 

Ma più di ogni altra cosa ci sono parole che scorrono inarrestabili, solo un bacio desiderato e un fiato trattenuto nell’hall hanno potuto fermarle, per poi riprendere senza il tempo dello spazio.

Lui parte, ritorna, riparte, ritorna, in mezzo due volte loro. Lui imbarazzato, lei che finge di no mentre emozionata ha perso chili e sonno, lui il Ferrari rosé, lei brilla, lui “ho scelto un ristorante di pesce” lei “ovviamente”, ma dove stava scritto poi.

"Posso venire a salutarti in stanza"? Lui chiede sempre permesso, permesso a se stesso, permesso a chi non si perdona, a chi poco si permette, chiede permesso affinché una porta si apra purché lui possa uscire nell'istante in cui inizia a soffocare. Ed è cosi che deve essere.

Lui sceglie il cibo, sceglie il vino, lui imbocca e apre la portiera, lui la precede. Lui si imbarazza di fronte ad un sorriso sincero, lui sono troppo grasso, ho i piedi piatti, il naso grande, i cappelli troppo lunghi, lui non dovrei, non è giusto, lui non ce la faccio e lei? Lei asseconda, perché ha imparato che ogni essere umano ha le sue forme di debolezza e vanno rispettate, ma quanta bellezza vorrebbe mostrargli nello specchio che lo riflette.

E poi per due mesi come tutti si ferma.

E poi non il primo cancello aperto, non il secondo, ma entra nel terzo. E cosi ha tolto la chiave ad un altro suo catenaccio. Lasciando che fosse lei ad entrare, ha chiuso lui la porta.

 

 

 

l'essenziale: il tuo nome i suoi capelli la tua Napoli

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